Il Velo di Maya tra Filosofia, Psicologia e Arte
Pubblicato il 27 gennaio 2026
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Introduzione
Quali immagini pervengono alla mente se si pensa alla filosofia di Arthur Schopenhauer? Il pensatore tedesco, che conobbe scarsa fortuna in vita, ai nostri giorni è stato da molti rivalutato, anche per via dei celebri aforismi. Eclissato dal rivale Hegel, promotore di una visione razionale della storia, Schopenhauer sviluppò una riflessione che si spoglia di ogni connotazione ottimista e positivista. L'autore de "Il Mondo come Volontà e Rappresentazione" indagò la realtà con occhio critico e disincantato, a partire da uno studio approfondito delle opere delle sue figure di riferimento, Kant e Platone, e della filosofia indiana.
Per via della sua lucida analisi sull'esistenza e sul dolore umano, Schopenhauer è considerato un precursore dell'esistenzialismo, nonché un riferimento essenziale per la psicoanalisi, disciplina originatasi nella seconda metà dell'Ottocento dal lavoro dello studioso austriaco Sigmund Freud. In particolare, uno dei concetti centrali proposti dal filosofo tedesco, il velo di Maya, si è rivelata una profonda metafora sulla natura della realtà e sull'agire della mente umana.
Breve Biografia
Arthur Schopenhauer nacque nel 1788 a Danzica, anche se la famiglia si trasferì presto ad Amburgo. Da bambino compì numerosi viaggi, grazie alle condizioni agiate in cui versava. L'adolescenza, tuttavia, fu segnata dal drammatico impatto del suicidio del padre.
Da giovane ebbe modo di conoscere i grandi intellettuali della sua epoca, in quanto sua madre divenne animatrice di un circolo letterario a Weimar. Grazie a quest'ultimo il ragazzo incontrò Johann Wolfgang Goethe, autore de "I dolori de il giovane Werther", e iniziò a scrivere una "Teoria dei colori" con lui, salvo poi pubblicare la propria in separata sede, a causa di un disguido.
È noto che il filosofo non avesse un carattere "facile" e fosse facilmente infastidito. Non aiutò il distacco del pubblico nei confronti delle sue opere e lo scarso interesse che gli studenti manifestarono verso le sue lezioni universitarie, che teneva a Berlino, dove insegnava l'allora celebre Hegel.
Solo alla fine della vita di Schopenhauer "Il Mondo come Volontà e Rappresentazione" ottenne successo, tanto che, quando il filosofo pubblicò delle significative aggiunte e chiarificazioni conosciute sotto il nome "Parerga e Paralipomena", il libro venne più volte ristampato. Schopenhauer morì proprio all'apice del successo, nel 1860, a causa di una polmonite complicatasi in pleurite acuta.
Pensiero Filosofico
Se si chiedessero le idee centrali del pensiero di Schopenhauer anche a chi non ha letto o studiato le sue opere, probabilmente molti parlerebbero del suo pessimismo. Per quanto sia vero che Schopenhauer fosse caratterizzato da una visione della vita che negava ogni possibilità consolatrice, si tratta di una considerazione riduttiva.
Schopenhauer studiò approfonditamente la tradizione religioso-filosofica indiana e le teorie dei suoi predecessori Immanuel Kant e Platone. Il nucleo della sua gnoseologia, infatti, sviluppa e distorce la divisione kantiana tra "fenomeno" (la realtà come appare) e "noumeno" (la realtà vera, nella sua essenza, inconoscibile all'essere umano). Riprendendo lo spazio e il tempo come principi necessari per identificare un fenomeno, il filosofo di Danzica ridusse le dodici categorie kantiane alla sola causa, ovvero il processo intellettuale attraverso il quale il soggetto conoscente cerca nell'ambiente esterno la causalità di quei fenomeni che si è rappresentato mentalmente.
La vera chiave di volta, però, sta nel fatto che, mentre per Kant l'nconoscibilità della verità ultima non sminuiva il valore del sapere umano, Schopenhauer, sulle tracce di Platone, riteneva che il mondo sensibile fosse solo un'illusione. La celebre metafora del "velo di Maya" indica proprio l'inganno che pervade tutte le entità materiali: in questo senso, solo "squarciando" tale velo ci si può avvicinare al noumeno. Un tale superamento avviene grazie al corpo, attraverso il quale si percepisce la simultaneità tra le proprie volontà e le proprie azioni. È la volontà, infatti, e nello specifico la volontà di vivere, a permeare tutta la realtà: cieca e irrazionale, è la vera causa della tragedia dell'esistenza. Questa volontà si manifesta in tutta la realtà, anche nelle sostanze inorganiche, nelle quali risulta evidente nella loro tendenza a mantenere il loro stato. Anche la lotta per la sopravvivenza della specie e le guerre tra uomini sono rappresentazioni di una volontà senza freni, che non accetta compromessi.
Schopenhauer, tuttavia, individuò anche dei modi possibili con cui liberarsi dalla volontà. L'arte rappresenta il gradino più basso della scala, in quanto permette, tramite la contemplazione, di dimenticare il proprio dolore per un periodo limitato di tempo, immergendosi completamente nell'opera. In seguito, stanno la giustizia e l'amore disinteressato (ágape), mediante il quale si comprende empaticamente il dolore altrui, tralasciando, per qualche tempo, il proprio soffrire. Per Schopenhauer l'unica via davvero duratura è, però, l'ascesi (o noluntas), con la quale vengono annullati i desideri, le speranze e le volontà tramite procedimenti quali il digiuno, la povertà e il sacrificio.
Tra Chimera e Verità: il Simbolo
Il corpo, in questa metafora, viene considerato sia parte dell'illusione fenomenica sia strumento di accesso al noumeno. Costituisce, quindi, un'eccezione rispetto al resto della realtà materiale, fonte di inganni e illusioni. Si tratta di un superamento della filosofia di Platone, che aveva teorizzato il mondo intelligibile (il famoso iperuranio) come un cosmo intangibile e perfetto, un cosmo di cui la realtà materiale è una copia imperfetta. Schopenhauer affidò valore a un ente imperfetto, il corpo, cogliendo il disincanto umano di fronte al ripetersi ciclico della storia.
Il pensiero che le entità tangibili potessero fungere da tramite per giungere al cuore della realtà non fu confinato, nell'Ottocento, alla filosofia. Ne parlavano anche i poeti maledetti, facenti parte della corrente simbolista, per la quale la musicalità delle parole avrebbe potuto evocare le segrete connessioni che uniscono ogni ente esistente. Il principale esponente dei poeti maledetti, Charles Baudelaire, affermò che la natura fosse una "foresta di simboli" e che il poeta dovesse svelare le incorporee corrispondenze che ne legavano ogni elemento. Non a caso Baudelaire è considerato, dal punto di vista contenutistico, il fondatore della poesia moderna. Padre del decadentismo e influenza imprescindibile nella nascita della Scapigliatura italiana, Baudelaire espresse la centralità del simbolo, mezzo per comunicare l'essenza immateriale del reale, le verità nascoste al di là dell'esperienza sensibile. "I fiori del male", raccolta di poesie considerata il suo capolavoro, racconta, come notò il filosofo della Scuola di Francoforte Walter Benjamin, del disorientamento dell'uomo nella città, agglomerato in cui percepisce la perdita della propria identità. Si tratta di una poetica rivoluzionaria, in cui vengono demistificati i miti borghesi e si esplorano i reconditi recessi della vita urbana e dell'interiorità umana, immersa nella duplice tensione verso il "bene" e il "male". Il poeta, in questo senso, è visto come un albatros: le ali gli permettono di librarsi elegantemente nel cielo, ma si muove con goffaggine sul suolo, dimostrando il suo distacco dalla banale vita quotidiana e pratica.
Squarciare il Velo: Inconscio
L'evocativo concetto del "velo di Maya" venne ripreso nella psicanalisi fondata da Freud per indicare l'inconscio, lo strato più profondo e celato della mente umana, una finestra verso le parti di sé che si dimenticano, si abbandonano, si nascondono. In questo frangente, la terapia psicoanalitica è il modo per far riemergere tali ricordi, per riportarli alla luce, squarciando il velo per immergersi in un mare ignoto. Il concetto, secondo Freud strettamente interconnesso all'esperienza individuale, venne anche analizzato da Carl Gustav Jung, le cui ricerche sulla psiche umana e la psicoanalisi s'intrecciano con la dimensione collettiva della comunità-mondo. La grande novità introdotta da Jung, infatti, è il concetto di "inconscio collettivo", una specie di "memoria psichica" dell'umanità in cui risiedono gli archetipi, modelli comportamentali condivisi da tutte le epoche e le società, usati anche nella creazione letteraria.
L'inconscio, e in particolare gli enigmi che dischiude, influenzò profondamente l'arte del Novecento, e ancora oggi le domande che pone non si sono esaurite. Se si osserva il famoso "Urlo" dell'artista norvegese Edvard Munch, si nota con chiarezza come le tonalità cromatiche vivide paiono enfatizzare un dolore lacerante, esistenziale. Un soffrire di matrice leopardiana (dal cognome del poeta e filosofo Giacomo Leopardi), dovuto all'indifferente crudeltà della natura? Magari, al contrario, si tratta del tentativo di recuperare il senso d'una realtà svuotata di significato, di imporre il proprio urlo, sentito profondamente, contro un mondo di rumori e immagini che si sovrappongono incessantemente, senza la volontà di comunicare davvero un messaggio? Forse, invece, l'uomo al centro del quadro tenta di protestare contro le tragedie d'un mondo di acerrime competizioni, di interminabili guerre, ma il grido diviene silenzio, in un contesto dominato dall'irrazionale volontà di imporsi? Magari l'urlo si rivela più individuale, una maniera per riaffermare i propri ricordi, la propria identità, per riflettere su sé stesso nell'interezza della sua vita, delle emozioni e dei pensieri che hanno caratterizzato la sua esistenza? Forse, in questo senso, un presente privo di luce viene opposto a un passato splendido, quasi idealizzato? Le interpretazioni si affollano nella mente dello spettatore, dimostrando la natura prismatica d'un gesto comune.
Anche la letteratura si è nutrita delle suggestioni dell'inconscio e, in generale, della potenza e del valore del ricordo, dell'azione del ricordare. Volendo giocare con le immagini e le parole, si può ricorrere al velo di Maya per indicare il processo a cui, in "Narciso e Boccadoro" dello scrittore tedesco Hermann Hesse, il padre di Boccadoro ha sottoposto il ragazzo prima di portarlo a studiare nel monastero di Mariabronn. Processo riuscito nell'intento di convincerlo a diventare monaco, seguendo le volontà del padre, e di fargli dimenticare la madre, le sue origini. Sarà proprio l'erudito e giovane insegnante Narciso a tentare di risvegliare quei ricordi obliati nella mente dello studente, a mostrargli la differenza tra loro due, colta dal docente nella sua ineluttabile essenza. Boccadoro comprenderà la propria realtà, inconciliabile con i desideri del padre, e sceglierà di seguire le parole del saggio e ammirato Narciso, così come, per sorprenderlo, si dedicava con zelo a studiare il latino, nel monastero, pur senza una vera passione per la disciplina. Mentre Narciso rimarrà al monastero, seguendo la propria vocazione, Boccadoro si rivelerà un artista senza patria, alla ricerca di una "Madre" che perderà inesorabilmente i contorni e le forme materiali per farsi sogno, onirica fantasia capace di trascendere il mondo sensibile, delineandone l'ineffabile essenza.
Rappresentazione celebre e lampante delle teorie dell'inconscio sono i lavori dell'autore italiano Luigi Pirandello, noto principalmente per "Uno, nessuno e centomila", "Il fu Mattia Pascal" e "Sei personaggi in cerca d'autore". Pirandello mostrò, nelle sue opere, una filosofia complessa, che fruga la distanza tra interiorità e manifestazione esterna. Il concetto centrale è l'identità individuale, un'identità spesso scomposta, reinventata, distorta. L'essere umano, infatti, si veste ogni volta di "maschere" differenti, capaci di trasfigurare le sue parole, sensazioni, e persino l'essenza. Mattia Pascal, nel romanzo, assume un'identità completamente diversa- quella d'un personaggio da lui stesso inventato, Adriano Meis- dopo aver letto, in un giornale, che un cadavere è stato erroneamente identificato con il suo. In questo modo, coglie l'opportunità di liberarsi del matrimonio infelice con una donna del paese natale, Miragno, e delle difficile situazione in cui si trova lì. Approfittando delle recenti vincite a Monaco, l'uomo si reca a Roma, dove si innamora di una donna locale, Adriana Paleari, ma è impossibilitato a sposarla perché, legalmente, Adriano non esiste. Tornato al paese locale, apprende che l'ex moglie si è risposata, e a lui non resta che vivere come "il fu" Mattia Pascal. In questo modo, scopre come l'apparente libertà assoluta della nuova identità non gli doni effettivamente un nuovo senso vitale.
Il Sogno tra Pittura Metafisica e Surrealismo
In Italia, tradizionalmente, i misteri dell'inconscio sono ricollegati alla cosiddetta "pittura metafisica", una corrente artistica sviluppatasi negli anni '10 del Novecento a partire dal lavoro di Carlo Carrà e Amedeo Modigliani, la cui opera-simbolo è sovente considerata "Le Tre Muse" di quest'ultimo. Si tratta d'uno stile che, attraverso l'ambientazione in spazi atemporali e la rappresentazione di accostamenti inusuali e di figure inanimate quali statue greche e manichini, svela una realtà che supera la fisica, immergendosi oltre il mondo materiale. Una realtà criptica e spesso essenziale, come si nota in "Pino sul Mare", una delle opere più celebri di Carrà, che, tra l'azzurro dell'acqua e lo spoglio paesaggio, lascia spazio a domande e a un leggero e vertiginoso effetto di assenza.
Spostando l'attenzione sul panorama internazionale, ci si può soffermare sul legame indissolubile tra inconscio e Surrealismo, una branca artistica tesa a mostrare l'enigmatica natura della vita nella sua irriducibile incertezza. Le nuove scoperte sul cosmo, portate avanti principalmente dal Albert Einstein, e la distinzione- operata dal filosofo francese Henri Bergson- tra "durata reale" e "durata psicologica" contribuirono a spezzare la credenza in uno spazio e in un tempo assoluti. I surrealisti, tra cui spiccano lo spagnolo Salvador Dalí e il belga René Magritte, sfidarono l'osservatore con opere dal significato spesso implicito, rifuggendo l'interpretazione immediata: lo si nota nei famosi "orologi molli" di Dalí de "La persistenza della memoria" e la finestra- o quadro?- de "La condizione umana" di Magritte. Le opere di quest'ultimo, in particolare, non sfruttano il valore del simbolo, bensì si focalizzano sulla "banalità" della logica apparente, tramite la creazione di un evocativo spazio mentale.
Conclusione
Schopenhauer, precursore degli esistenzialisti, offre al lettore spunti di riflessione sulla realtà e il mondo che ci circonda. Cosa si nasconde dietro il velo di Maya, quali immagini si dischiudono dietro gli inganni dell'apparenza?
Da un punto di vista etico, davvero la noluntas è la soluzione alle tragedie dell'esistenza, o forse sono l'ágape, l'empatia e la compassione la chiave per creare un mondo migliore, per superare gli egoismi e le componenti più cieche e irrazionali della volontà?